Il cuore del museo si rinnova con il nuovo allestimento.
Il Polo Museale della Basilicata e il MAXXI, in collaborazione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019, presentano due nuove opere video dell’artista iraniana Shirin Neshat.
Una ricognizione che spazia dai progetti di edilizia economica e popolare del dopoguerra a nuovi modi di abitare il pianeta, sperimentali ed ecosostenibili
Un necessario tributo a una grande artista che ha saputo creare un linguaggio capace di coniugare sensibilità, tradizioni locali e codici globali.
Un progetto di arte pubblica realizzato a Roma, in Piazza del Popolo, per celebrare l’evento universale della nascita suscitando un’emozione improvvisa e sincera.
Tirana Design Weeks (TDW) quest’anno celebra il 100 ° anniversario di Tirana come capitale dell’Albania.
MAO apre il cortile rinnovato del castello rinascimentale, inaugurando così una vibrante stagione estiva.
KAF è organizzato dalla Kosovo Architecture Foundation in collaborazione con Future Architecture Platform.
La HDA presenta le tracce e i frammenti del Monumento Continuo lasciati da Superstudio negli archivi di Graz di steirischer herbst e Neue Galerie.
L’edizione 2019 sfiderà la supremazia dell’economica come base su cui si fonda la società contemporanea e indagherà l’architettura delle alternative.
Un percorso guidato alla Collezione permanente e alla mostra Maria Lai. Tenendo per mano il sole.
Un approfondimento sulla mostra del 1980 che ha dato il via alla discussione internazionale sul postmoderno
Una grande fotografa protagonista del nuovo focus dedicato agli archivi del MAXXI
Tra esperienza reale e fruizione digitale il progetto “Flashing and flashing!” espande lo spazio espositivo.
Due giorni di proiezioni per raccontare, attraverso film e documentari, il mondo di Maria Lai, il suo legame con la memoria e le sue radici culturali.
A Londra, svelata la shortlist del premio per il sostegno e la promozione dei giovani artisti, promosso dal MAXXI e BVLGARI.
"Liminal" racconta la tragedia delle fosse comuni e delle persone scomparse durante la guerra civile peruviana.
La fotografa presenta le sue conversazioni con alcuni importanti colleghi italiani, per raccontarne la visione, lo stile, scambiare idee, opinioni e sguardi sul mondo.
Una guida in senso stretto, rivolta prima di tutto agli appassionati ed ai curiosi di architettura, oltre che naturalmente agli studiosi ed architetti.
Il titolo della quinta edizione della Triennale di architettura di Lisbona sarà “The Poetics of Reason”: l'architettura si basa sulla ragione.
MARTEDÌ 11:00 – 19:00
MERCOLEDÌ 11:00 – 19:00
GIOVEDÌ 11:00 – 19:00
VENERDÌ 11:00 – 19:00
SABATO 11:00 – 19:00
DOMENICA 11:00 – 19:00
LA PRIMA DOMENICA DEL MESE 11:00 – 22:00
La biglietteria chiude un’ora prima del Museo.
Chiusure
tutti i lunedì
1 maggio
25 dicembre
La Piazza Alighiero Boetti è aperta gratuitamente al pubblico per la fruizione delle opere esposte al suo interno anche al di fuori degli orari di apertura del Museo in occasione degli appuntamenti ed eventi legati alla programmazione culturale.
MARTEDÌ – DOMENICA 11.00 – 19:00
LA PRIMA DOMENICA DEL MESE 11:00 – 22:00
Via Guido Reni, 4/A
via Guido Reni, 8 (in orario di apertura di bookshop e caffetteria)
00196 Roma
Fino al 15 settembre puoi accedere al Museo a € 5.
Il servizio di ristorazione è temporaneamente sospeso.
Stiamo lavorando perché sia riattivato il più rapidamente possibile. Ci scusiamo per il disagio.
per tutti i componenti di famiglie composte da due adulti e almeno un figlio (gratuito per gli under 14).
per gli ingressi “last hour” dalle 17.30; il mercoledì dalle 14.00 per gli studenti delle scuole superiori e delle università, italiane e dell’Unione europea – previa esibizione del tesserino/libretto personale; a studente (oltre i 14 anni) per gruppi classe (scuole secondarie di secondo grado) che acquistano le attività educative del MAXXI; per l’ingresso alle proiezioni della videogallery (gratuito con l’acquisto di un biglietto intero o ridotto); per studenti delle scuole superiori e università, tutti i mercoledì, con LAZIO YOUth CARD
valido per due ingressi in due giorni consecutivi.
minori di 14 anni; disabili che necessitano di accompagnatore; accompagnatore del disabile; dipendenti MiBAC; accompagnatori e guide turistiche dell’Unione Europea, munite di licenza (rif. circolare n.20/2016 DG-Musei); 1 insegnante ogni 10 studenti; membri ICOM; soci AMACI; giornalisti accreditati; possessori della membership card del MAXXI; studenti universitari di Arte e Architettura dal martedì al venerdì*; il giorno del tuo compleanno presentando un documento di identità; per l’ingresso alla collezione permanente, dal martedì al giovedì e la prima domenica di ogni mese nel periodo estivo; per le donne l’8 marzo.
Clicca qui per maggiori informazioni
Oltre 400 opere che testimoniano la produzione artistica internazionale, con una particolare attenzione alle esperienze italiane e a quegli artisti stranieri la cui ricerca è legata al contesto italiano
Le collezioni del MAXXI Architettura comprendono tutti quei prodotti e documenti che, in forme diverse, rappresentano la complessità materiale e concettuale dell’architettura
Il Centro Archivi cura e gestisce le collezioni di architettura e fornisce nella Sala Studio la possibilità di consultare direttamente i documenti e i data-base relativi alle collezioni del Novecento e del XXI secolo.
Dona il tuo Cinque per Mille alla Fondazione MAXXI.
MARTEDÌ 11:00 – 19:00
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Galleria 2
a cura di Margherita Guccione, Pippo Ciorra
mostra temporaneamente sospesa per lavori di manutenzione fino al 21 ottobre 2019
La celebre Villa Malaparte a Capri in dialogo con il rifugio sulle Dolomiti dei giovani DEMOGO; i Collegi universitari di Urbino di Giancarlo De Carlo con il progetto Sugar Hill di David Adjaye, ad Harlem; la Casa Baldi di Paolo Portoghesi a Roma con la casa “spaziale” di Zaha Hadid in Russia; Il Bosco Verticale di Stefano Boeri, a Milano con la Moryama House di Tokyo; la casa del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Francesco Berarducci a Roma con un’edifico progettato a Joannesburg da Jo Noero.
Sono alcuni dei duetti di AT HOME. Progetti per l’abitare contemporaneo, il nuovo allestimento della collezione di architettura del Museo, che racconta l’evoluzione del concetto di abitare dal dopoguerra a oggi, analizzato attraverso le opere dei grandi maestri del Novecento e delle nuove figure emergenti del panorama architettonico internazionale.
Il progetto di allestimento punta inoltre a raccontare l’architettura anche attraverso una esperienza fisica e immersiva del visitatore con una serie di grandi installazioni in scala reale e padiglioni realizzati site specific da architetti italiani e internazionali.
DEMOGO, Bivacco Fanton, Dolomiti (BL), 2015. Ph. Pietro Savorelli

MARTEDÌ 11:00 – 19:00
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Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Apparentemente blasfemo, l’accostamento di Villa Malaparte di Adalberto Libera e del nuovo bivacco Fanton dei Demogo è allo stesso tempo un azzardo e un atto di fede nell’architettura italiana. Capace all’alba del moderno di posarsi come un’arca su Capo Massullo senza perdere né il suo carattere astratto né tantomeno quello vernacolare e mediterraneo, la nostra architettura è ancora capace oggi di calarsi con grazia e radicalità su una cima dolomitica, conservando sia l’aria di sfida che quella di rispetto. Torniamo indietro fino alla Villa Malaparte per riscoprire l’originalità sublime del paesaggio fisico e culturale italiano, la mettiamo vicino al Fanton perché anch’esso è una bellezza di impatto, che non cerca la mimesi. I due edifici registrano anche il cambiamento del tempo e delle culture. A Capri l’edificio si innesta con brutale sapienza sulla roccia; sulla Forcella Marmarole l’oggetto è appoggiato con leggerezza e uno strano senso di provvisorietà, che esalta il carattere paradossale del progetto.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
È possibile pensare a Carlo Scarpa davanti alle opere di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo? Per molte cose i due non potrebbero essere più lontani: Veneto contro Sicilia, dettaglio infinito contro precisione austera nell’accostamento, poetica del frammento contro un orgoglioso senso di unità formale ed espressiva. Tuttavia hanno anche molto in comune: la natura individuale della loro ricerca, la passione per i materiali e le loro specifiche qualità, le occasioni frequenti, ma non necessariamente cercate, di lavorare alla piccola scala, la vicinanza con l’arte, la capacità di “progettare” anche i committenti, l’eco lontana di un’accuratezza giapponese. Come alcune realizzazioni scarpiane, la casa di Modica è un’opera nel senso più completo e artistico del termine, immaginata insieme al suo ardito metodo costruttivo e all’effetto che potrà avere sul paesaggio e sui suoi abitanti. Come sempre colpisce l’ampiezza del registro progettuale dell’autrice, tecnica come un ingegnere, sintetica e visionaria come un’artista astratta.

Roma, Museo del Maxxi, 17 04 2019 OPENING MOSTRA AT HOME ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Luigi Pellegrin e Giuseppe Perugini sono due eroi della stagione più folle e interessante dell’architettura italiana, sempre sostenuti da Bruno Zevi, instancabili ideatori di opere proiettate nel futuro tecnico e sociale, insofferenti alle utopie “di carta”. In entrambi i casi si tratta di architetti portati soprattutto alla dimensione pubblica o perfino monumentale, fatta di scuole, edifici pubblici, complessi di dimensione rilevante. E’ quindi interessante vederli qui entrambi autocommittenti e “costretti” nella dimensione domestica, mentre cercano di svuotare l’architettura della casa di ogni aspetto intimista per trasformarla in un puro archetipo spaziale. Nella sua villa bifamiliare Pellegrin tratta la pianta come fosse una delle sue memorabili sezioni, la esplode, la immagina al centro di un sistema spaziale prospettico e infinitamente dinamico. La Casa Albero della famiglia Perugini – un’altra “casa come me” è costituita da struttura organica cui si addizionano cellule individuali con gli ambienti domestici, come un organismo cellulare a crescita illimitata.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Il dialogo tra la Pitch House di RICA Studio e l’Ambasciata italiana a Brasilia di Pier Luigi Nervi si svolge lungo le direzioni che da sempre avvicinano la modernità architettonica italiana e quella iberica, l’ostentazione del cemento mitigata dal carattere mediterraneo, la capacità di “lavorare” la luce, la chiarezza strutturale, ovvia per Nervi, sofisticata nel sovrapporre un corpo pesante a un telaio leggero per RICA. C’è poi un’assonanza topologica: entrambi gli edifici hanno due livelli, fronti lunghi e cementizi di tono pubblico, il piano terra permeabile e trasparente. L’Ambasciata accetta la sfida ipermodernista di Brasilia e si pone in sintonia con l’eroismo strutturale sudamericano, sollevandosi e trasformando i pilotis in plateali pilastri a grappolo. La residenza, gli uffici, i locali di rappresentanza occupano il piano sollevato, il paesaggio entra nello spazio tra i pilastri per disegnare un giardino. La Pitch House si raccoglie invece in uno spazio tutto costruito, assorbendo il paesaggio attraverso le grandi vetrate, la piscina, le verande che si sporgono verso la costa. Sono due spazi generosi, che si interrogano sugli aspetti meno privati dell’abitare.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Tra gli amori architettonici dichiarati di Zaha Hadid compariva sempre il barocco romano, la sua capacità di scolpire lo spazio urbano, la miscela irripetibile di solidità e leggerezza. Il suo progetto per il MAXXI è forse la testimonianza più esplicita di tale passione, che però continua a manifestarsi nei lavori più tardi e nella produzione attuale dello studio. Compare ancora, infatti, nella casa moscovita e nel modo caratteristico nel quale lo sviluppo dinamico delle forme curve si intreccia con le variazioni repentine di quota e di altezza. Inevitabile quindi viaggiare nel tempo e accostare il progetto dello studio Hadid al primo riuscitissimo omaggio alla tradizione barocca, vale a dire la Casa Baldi di Paolo Portoghesi, creativa nelle forme e negli spazi, tradizionale nei materiali. Il legame tra i due progettisti si fa più forte se si osserva il secondo progetto (non realizzato) per la stessa casa, slanciato in altezza, iperdinamico, arricchito da una complessa serie di rotazioni e articolazioni spaziali in verticale.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Le assonanze che percepiamo tra la casa di Franz Prati a Reggio Emilia e quella di Danilo Guerri a Recanati sono sottili e interessanti. Hanno a che fare con passioni simili per quel che riguarda i materiali antichi, segnatamente i mattoni, con una specie di familiarità cromatica vagamente rurale, con la dedizione assoluta alla forza del disegno. Per Prati, il disegno è ovviamente l’aspetto centrale della sua identità di architetto, una piattaforma semantica dove l’autore rende visibile non solo tutto ciò che sarà poi realizzato nell’edificio ma anche tutto quello che non sarà: soluzioni alternative, sviluppi impossibili, ripensamenti. Il progetto è qui lo snodo risolutivo tra il realismo dell’edificio compiuto e la radicalità dei disegni inziali. Anche Guerri però è sempre alla ricerca impaziente dell’“architettura più bella del mondo”, che per lui nasce dalla sommatoria di dettagli disegnati e variati mille volte, dall’uso “improprio” e autoriale di materiali tradizionali, dalla sfida a contesti morfologici quasi impossibili, come il fianco dell’ermo colle di Recanati che la casa discende piano dopo piano.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
La villa presidenziale del Gombo è un progetto atipico per Monaco e Luccichenti. Sublimi progettisti di palazzine, uffici, aeroporti, i due progettisti romani si confrontano in questo caso con il tema della villa e con una forma architettonica semplice e pura come un quadrato vuoto al centro e sollevato. Gli autori concentrano tutta la loro attenzione su una forma geometrica minimale con una visione moderna della relazione tra corpo architettonico, suolo, storia e paesaggio. Analogamente la casa Guna dello studio cileno, pur se più piccola e inserita in un lotto più compresso e più condizionato da pendenze e alberature, insiste sullo stesso principio geometrico, si distribuisce in spazi regolari intorno ai lati di un patio quadrato, questa volta all’altezza delle stanze, poggiato su un plino grande come la corte centrale. La differenza sta soprattutto nel rapporto con i luoghi, aperto e pianeggiante in Toscana e ripido e costipato nel sud del Cile, e nell’uso conseguente dei materiali, più leggeri e trasparenti per il Gombo, solidi e protettivi per la Guna.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Sulla Schützenstrasse, nel suo ultimo progetto berlinese, Aldo Rossi traduce la sua passione per la città e per l’isolato urbano berlinese in un progetto maturo e disincantato, dove le facciate del blocco si frammentano in una sequenza di piccoli fronti indipendenti. La loro misura non corrisponde all’organizzazione interna dell’edificio, il loro linguaggio racconta epoche e momenti diversi, la loro apparenza non si traduce necessariamente in realtà strutturale. Rossi chiude la carriera concedendosi finalmente all’ironia e nascondendo, tra gli altri frammenti di facciata una campata di Palazzo Farnese. Meno ironici, ma altrettanto curiosi della storia gli Urbanus, autori cinesi di Vankle Tulou Housing, che la città devono costruirla più che integrarla, e che si ispirano direttamente a una spettacolare tipologia storica del sud della Cina, le case hakka. Si tratta di grandi complessi di forma circolare, con lo spazio centrale occupato da spazi comuni e corpi più bassi, dove il nucleo familiare si espande e si ramifica fino a diventare comunità.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
La presenza ravvicinata di Giancarlo De Carlo e David Adjaye trova le sue ragioni in alcuni atteggiamenti progettuali che avvicinano molto i due autori. Per entrambi l’architettura non è che una paziente ricerca dell’equilibrio tra la passione pura per la forma e le esigenze di chi abita e conferisce con la sua vita stessa l’identità finale ai luoghi. De Carlo costruisce la sua Urbino sovrapponendo alla città storica i percorsi e le dinamiche di chi la abita oggi, dallo studente al turista architettonico al suo amico Sichirollo. Con Sugar Hill Adjaye costruisce nel cuore del capitalismo accelerato newyorchese un caso esemplare di welfare postmoderno, basato non solo sulla concessione di spazi e servizi, ma inserito – simile anche in questo alla Urbino di De Carlo – in un contesto di cultura e formazione. Entrambi rifiutano la “dittatura della linea di terra”, perforano piani e sezioni per distribuire il movimento e la luce. Entrambi hanno una fiducia “illuminata” nel potere dell’architettura e della formazione.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Il villino di Francesco Berarducci racconta nella sua stessa definizione tipologica la storia dell’architettura e dell’urbanistica del dopoguerra romano. Il tipo architettonico del villino – tre piani e il giardino intorno – è qui stirato in lungo e in largo, adattato a un terreno in pendenza, riscattato con la ricchezza nell’articolazione volumetrica, nei materiali e nei dettagli, nella disposizione interna, per trasformarsi in una palazzina quasi ideale. Anche Jo Noero, stessa longitudine, latitudini opposte, culture architettoniche molto distanti, sembra impegnato a definire un nuovo tipo di edificio residenziale urbano, alto (12 piani) e organizzato come un corpo in linea suburbano, ma più corto, con un’estensione di facciata più commisurata al centro-città. Comune ai due progetti, nonostante la distanza spazio-temporale, la fiducia assoluta nel disegno come regolatore dei rapporti tra l’edificio, il paesaggio, la città e la vita che si svolge all’interno.

Foto © Moriyama San - Ila Bêka, Louise Lemoine
Nella dialettica in divenire tra casa individuale e housing collettivo il Bosco Verticale di Stefano Boeri e la Moriyama House di Ryue Nishizawa occupano entrambe uno spazio intermedio, dove le tipologie e gli stili di vita si confondono e allo stesso tempo rappresentano una parte essenziale dell’identità dell’edificio. Più che una torre di abitazioni l’edificio di Boeri ambisce ad essere una sovrapposizione di ville ciascuna con il proprio giardino. Sono le ville sovrapposte già immaginate da Le Corbusier, qui tradotte in un’icona milanese ed ecologista. La Moriyama House è un piccolo miracolo giapponese, una casa-ritratto per un singolo abitante che si trasforma senza scarti in un mini-quartiere di piccole case isolate, dove ogni stanza, separata dalle altre, può trasformarsi in un’unità indipendente, disponibile ad affitti temporanei. L’edificio progettato da Studio Boeri raccoglie idealmente la città al suo interno, idealizzando il rapporto tra gli edifici, il cielo e il verde che loro compete. A Tokyo la casa esplode per farsi città, indifferentemente se ad abitarla c’è un singolo o un collage di individui di passaggio.

Foto ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini
Da molti anni il Corviale di Mario Fiorentino non è solo un edificio: è un tema di sociologia urbana, un argomento utile ad alimentare battaglie culturali, politiche, estetiche, un dispositivo di produzione artistica e uno dei pochi simboli realizzati della via italiana all’utopia sociale, tema cruciale della ricerca sull’housing negli anni ’60. Da un po’ di tempo però il Corviale è anche un paradigma – caso-limite e standard allo stesso tempo – delle urgenze e delle potenzialità dell’edilizia residenziale suburbana italiana e non solo. Oltre che amare o odiare, l’edificio lungo un chilometro si può forse rigenerare, riciclare, completare, “rinverdire”, ricontestualizzare. Il senso di urgenza che viene dalla somma della sua dimensione fisica più quella dei suoi problemi ha così generato progetti e programmi di rigenerazione. Quelli di Laura Peretti per il ripensamento degli spazi di relazione e di Guendalina Salimei per la liberazione del quarto piano, qui esposti, alimentano non solo speranze di riqualificazione per gli abitanti e per la città ma portano anche argomenti interessanti a una discussione che coinvolge gran parte delle città europee, e che riguarda il futuro dei grandi quartieri residenziali modernisti, resti fascinosi e obsoleti di un altro welfare che bisogna in qualche modo incorporare nello spazio contemporaneo.